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Federico Zappino per Nitty Gritty: «La melanconia si fa spazio. Contro il neoliberismo»

ZAp«Non posso immaginare la città senza pensare alla melanconia che si fa spazio. Diventa spazio, oggetti, sedute, pareti, edifici. Quando Nitty Gritty dice che vuole abitare degli spazi interstiziali non posso non rifarmi a questo. Proprio quegli spazi che prendono una forma non prevista dal pianificatore, che increspano la destinazione d’uso premeditata, la sorprende tra due crocicchi, tra due vicoli o due palazzi. Là, in quel vuoto che si sottrae alle regole economiche, ai codici del consumo, alla messa in produzione del vivente, a cominciare dai nostri corpi – là c’è qualcosa che resiste».
È proprio così che l’abbiamo pensato. In quell’interstizio si apre Nitty Gritty: in questo caso in un circolo comunista, quello di Santa Margherita, quasi liminale ad un campo invaso da bar e da una folla di giovani, che tuttavia di fronte a quel portone socchiuso resta quasi in ombra.
«Mi sembra un posto perfetto. Che per di più si richiama a qualcosa di ‘vecchio’, e per l’attuale razionalità neoliberista ‘vecchio’ significa anche un’ora fa. Riappropriarci di qualcosa di ‘vecchio’, dunque del passato, ha in sé un enorme valore politico.
Dopo che abbiamo capito che la dicotomia conservazione/progresso non voleva dire assolutamente nulla se non riempita di contenuti convincenti, noi dobbiamo oggi riappropriarci di quell’idea secondo cui il presente ha più a che fare con il passato che con il futuro. Il neoliberismo ha imposto ovunque l’ossessione del nuovo, e la fede nella ‘rottamazione’, che poi è la malafede del feticcio: significa l’ossessione della produttività, del produrre soluzioni utili e in fretta, del non perdere tempo.
In questo senso io leggo anche il culto della ri-produzione, materiale e immateriale, che investe massicciamente la comunità gay e lesbica. Una riproduzione vitale per il sistema neoliberista, come un tempo era vitale l’eterosessualità obbligatoria, perché riproduceva capitale umano, e cioè plusvalore per domani».
E qui torna l’interrogarsi sull’uso dei corpi, sul loro potenziale sovversivo.
«Anche se sento ormai una sorta di pungente fastidio davanti a un così tanto parlare di corpi, generi, identità, sessualità: io credo che dobbiamo innanzitutto decidere sul serio se portare questi nostri discorsi sul terreno di contrasto al neoliberismo oppure no. Nel senso che se non lo contrastiamo, rischiamo di non dire niente, rischiamo di produrre un utile chiacchiericcio patinato.
Tutto il nostro discutere si riduce alla richiesta, più o meno dissimulata, di diritti formali, che siano il diritto di matrimonio o una legge contro l’omofobia. Tutto qua? Tutte le nostre architetture filosofiche, i nostri linguaggi tecnici producono questo, alla fine? Non mi è sconosciuta l’importanza dei diritti, né io ho qualcosa in contrario alla rivendicazione di diritti che consentono di vivere vite più vivibili, né tantomeno ho qualcosa in contrario al loro impiego strumentale e parodico.
Ma c’è una forma di ingenuità politica dietro queste rivendicazioni, quando queste si esauriscono in se stesse tacendo drammaticamente sul resto. Una preoccupante assenza di pensiero critico circa ciò che resta della cittadinanza e della legalità costituzionale nel nostro tempo, nel tempo cioè in cui la sfera economica e i suoi criteri di giudizio hanno fagocitato tutto: è questo il cambio di paradigma, ed è avvenuto da molto tempo. È con quello che dobbiamo, e avremmo già dovuto, fare i conti».
Dunque, è come se tutti fossimo messi al lavoro per quell’unico criterio.
«Quale forma devono assumere le nostre rivendicazioni nel tempo in cui non è più il riconoscimento dei diritti liberali ottocenteschi a determinare la qualità e la continuità dell’esistenza e delle relazioni? La nostra postura può essere così schiacciata su un discorso che rischia di diventare semplicemente morale e che a volte è insopportabilmente moralista?
Resto sempre sorpreso davanti a questi toni, e mi domando se ci ricordiamo ancora che cos’è la morale, mi domando se ci ricordiamo ancora di quali relazioni questa intrattenga con il potere, o almeno nei termini in cui ce la mise Nietzsche nella sua genealogia. All’epoca di Nietzsche, e cioè alla fine dell’Ottocento, la morale era ancora ancillare al potere politico e al potere religioso, era una sorta di discorso religioso laicizzato e dunque utile al potere politico ai fini del governo delle condotte mediante le varie discipline (la psicologia, la psichiatria, la medicina), di cui poi ci parlerà Foucault.
Nietzsche sosteneva che non esistesse nessuna psicologia se non quella del prete, per dire. Ma oggi il potere non è più politico, né tantomeno religioso (a proposito, davvero dobbiamo continuare a parlare del fatto che il papa sia contrario alle adozioni da parte di gay e lesbiche? Davvero?).
Il potere è economico e produce i suoi effetti sul vivente agevolato da quello politico. E dunque qualunque discorso morale finisce per essere ancillare al potere economico. Di cosa parliamo allora? A chi serve reclamare un posto a tavola? È forse utile che si inizi a capire quali siano i vari posizionamenti trasversali ed è soprattutto utile capire, come già fecero le femministe, che non è sufficiente essere gay o essere lesbica o essere trans o essere donna per essere anche dei soggetti critici. Si può essere perfettamente gay, lesbiche, trans, donne e neoliberisti e non essere minimamente interessati a intervenire negli assetti di potere per schierarsi radicalmente».
Tu parli di melanconia che si fa spazio. Utilizzi uno degli attrezzi teorici che Judith Butler sviluppa ne La vita psichica del potere, di cui tu hai curato la nuova edizione italiana. Lei si rifà alla melanconia come una perdita: è l’impossibile attaccamento del bambino alla madre che viene sostituito da tutti dispositivi di trattamento da parte degli altri con il loro portato di controllo. Ma cosa significa esattamente in questo contesto, per di più così segnato dal neoliberismo come lo raccontavi ora?
«Butler ci suggerisce che la melanconia non si origina dentro di noi per chissà cosa. Lei punta dritta alla pista dell’eterosessualità obbligatoria. Dunque la lega al potere. A differenza del lutto che si rifà ad una perdita ineluttabile e irreversibile che abbiamo subito, la melanconia parla di una perdita di cui non ci siamo resi conto, che continua a viverci dentro, che potrebbe essere stata reversibile ma che col tempo ci appare irreversibile.
Dico questo pensando anzitutto a una mia esperienza: da qualche tempo mi ritrovo a tornare in luoghi che associo a quella sensazione di perdita. Organizzo quei viaggi non per rievocare qualcosa, ma appositamente per provocarla. Passo ore a girare, entro ed esco nei luoghi, cammino, piango. Mi lascio attraversare da quella sensazione. Che poi forse non è che una delle forme che può assumere il desiderio.
Per Judith Butler è una perdita, quella di cui ci parla la melanconia, che produce effetti nella collettività. Dunque, tu mi chiedi come e perché la melanconia diventa spazio. Io ti rispondo che questa si fa spazio perché si produce fuori da noi. E noi allo stesso tempo siamo ‘fuori di noi’, ex-tatici, estatici, perché frutto di tutte le relazioni con gli altri.
Essere fuori, essere così esposti, è dunque una condizione destinale oltre che originaria. È la condizione di un’insufficienza e di una vulnerabilità costitutive. Ma oggi più che mai non possiamo accontentarci di schiacciare questa nostra insufficienza e questa nostra vulnerabilità su un discorso morale: è proprio perché queste ci parlano in modo così intenso della nostra costituzione in quanto soggetti che vengono sfruttate e manipolate e assunte come bacini per l’accumulazione e per la produttività. Oggi più che mai possiamo dirci e portarci fuori di noi, se sappiamo farlo diventare un discorso politico, per stare fuori dall’orda neoliberista. Non ti sembra che abbia a che fare molto con Nitty Gritty?»
Certo che sì. Proviamo allora a seguire il tuo ragionamento. A questo punto ci chiediamo: come possiamo far diventare micce quegli spazi interstiziali che si sottraggono al consumo e quei corpi estatici che possono sfidare il potere neoliberista della messa in produzione?
«Potremmo magari utilizzare alcuni ‘scarti’ del passato, da cui possiamo attingere attrezzi e parole utili. Ad esempio: possiamo finalmente pensare che Foucault e Marx non siano incompatibili, come infatti già sta avvenendo a livello di dibattito filosofico. Possiamo pensare che la incredibile analisi di Foucault dell’assujettissement non escluda un uso performativo di Marx e delle sue categorie.
In secondo luogo possiamo rimetterci in dialogo con il femminismo degli anni Settanta, e in particolare con Carla Lonzi. Lei scriveva, tra le molte altre cose, che nel lavoro non retribuito delle donne bisognasse ravvisare ciò che consentiva al capitalismo, privato e di Stato, di sussistere e riprodursi, e si domandava: “ci piace, dopo millenni, inserirci a questo titolo nel mondo progettato da altri? Ci pare gratificante partecipare alla grande sconfitta dell’Uomo?” (Sputiamo su Hegel, 1970). Possiamo universalizzare questo discorso e dirci tutti ‘donne’ nel senso che utilizzava Carla Lonzi: corpi da cui estrarre valore, funzionali al capitale non ‘nonostante’, ma proprio ‘perché’ gay, lesbiche, queer, trans ecc. E poi c’è Mario Mieli».
Intendi la sovversione irriverente?
«Intendo la sovversione anale, la “via anale contro il capitale”. L’atto anale, ci è sempre stato ribadito da tutti (religione, filosofia, psicoanalisi, morale ecc.), è inutile, non è finalizzato alla riproduzione, è infertile. Si sottrae alla messa a produzione dei corpi. Per questo lo dovremmo praticare. Sottrarci alla produzione, diventare improduttivi. Avere relazioni anali, o meglio diventare soggettività anali è un atto di insubordinazione radicale. Possiamo immaginarlo anche ai fini di una lotta per l’egemonia, così magari ci riprendiamo anche Gramsci?».

Federico Zappino ha tradotto in italiano Epistemology of the Closet di Eve Kosofsky Sedgwick (Stanze private, Carocci 2011) e La vita psichica del potere di Judith Butler (Mimesis 2013). Con Lorenzo Coccoli e Marco Tabacchini ha curato Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti (Mimesis 2014). Studioso di filosofia politica, ha un assegno di ricerca presso l’Università di Sassari.

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3 comments on “Federico Zappino per Nitty Gritty: «La melanconia si fa spazio. Contro il neoliberismo»

  1. Paolo
    May 15, 2014

    non credo nel politicizzare il sesso..il sesso anale lo fai se ti piace ed è legittimo, ma se non ti piace non significa che tu sia omofobo o asservito al capitale.
    Preferire e praticare il sesso orale o il coito (sia che tu voglia o no un figlio) è legittimo e di per sè non è conservatore, come il sesso anale non è rivoluzionario: sono atti sessuali legittimi che la gente liberamente decide di praticare o meno.
    Nel sesso conta solo il consenso reciproco

    • Paolo
      May 15, 2014

      “non significa che tu sia omofobo o asservito al capitale.”

      nè che tu sia “represso/a”

  2. Pingback: Francesco Urbano Ragazzi per Nitty Gritty: «È vitale che il lavoro vada fuori controllo». |

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This entry was posted on May 8, 2014 by and tagged , , , , .
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